“Vorrei ricordare in questa sede che 106 non è, come si potrebbe credere, un predatore istintivo come lo è ad esempio lo squalo. SCP-106 è un essere senziente, anche se completamente alieno. Ci sono molte cose di esso che vanno al di là del semplice istinto e della memoria genetica. SCP-106 viola il suo contenimento in maniera sistematica proprio in quei momenti in cui il recupero risulta più difficoltoso. Una volpe, per quanto intelligente, può trovare una via d’uscita in una trappola, ma solo un essere umano aspetterà che i suoi carcerieri si voltino per scappare.”
– Dr Allok
“Sulla coscienza degli umanoidi contenuti”

 

“Per la miseria, dove diavolo è?”

L’agente Weng sospirò attraverso la maschera. La notte era fredda, ma i tre uomini sudavano comunque. Tutto intorno a loro danzavano orrori, demoni, bestie immaginarie e oggetti animati, sogghignando e urlando mentre passavano. I tre uomini, con le loro maschere antigas e le tute antiradiazioni sembravano quasi fuori luogo. Uno di essi, ad un certo punto, agguantò uno zombie piuttosto ubriaco avvicinandolo a sè per qualche secondo, prima di rilasciarlo nel turbinio di corpi a zoppicare e bestemmiare.

“Maledetto Halloween e le sue stronzate”

“Maledetto Halloween e le sue stronzate. Dobbiamo mettere tutto in quarantena.”

L’agente Drak scosse la testa, gesticolando in direzione dei branchi di festanti travestiti. “Il treno ha deragliato troppo vicino alla città. Non doveva nemmeno essere su questo binario, probabilmente qualcuno del MC&D ha sbagliato. Non possiamo bloccare tutta la città senza creare enormi effetti collaterali.”

“Perché, cosa pensano succederà adesso? Il vecchio bastardo è lì fuori, e non possiamo nemmeno TROVARLO!” imprecò Weng, calciando un bicchiere vuoto abbandonato e guardando gelido attraverso le lenti della maschera tutti quelli che non erano costretti a inseguire l’Inferno per guadagnarsi da vivere.

Drak gli diede una pacca sulla spalla. “Tranquillo, amico. Secondo il Comando, il vecchio si prenderà un paio di persone e poi farà la sua solita scena del coccodrillo pigro. È più facile da coprire di una quarantena la sera di Halloween.”

Parks, finora muto come una statua, si fece sentire con la sua voce impastata e rugginosa. “Quanto cazzo sarà difficile trovare un vecchio marcio che uccide tutto quello che tocca?”

Weng scosse la testa, lo sguardo fisso sulla gente. “Perché di solito sembra un vecchio, ma può assumere la forma che gli pare. Di solito, semplicemente seguiamo le urla. Bel fottuto metodo da usare in mezzo a questo casino. Dove diavolo è il nostro esperto?”

Un’improvvisa risatina gracchiante giunse dalla radio. “Harken dice di essere un esperto di 106 quanto un sopravvissuto di un incidente aereo può essere esperto di aviazione. Non manderanno i tecnici e il personale scientifico finché non abbiamo finito il nostro sopralluogo. Per ora siamo soli.”

I tre uomini rimasero all’erta, in mezzo agli orrori, cercando quello che li avrebbe fatti impallidire tutti.

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L’angelo, ubriaca, vagava da sola intorno al fuoco. Demoni, zombie e personaggi famosi le giravano intorno, muovendosi come una massa unica prima di separarsi in coppie e gruppetti per poi ritornare assieme. Il falò sembrava ardere a ritmo della musica: il campo era stato designato per la festa dei liceali in quanto era abbastanza sperduto da evitare lamentele per il rumore, ma non abbastanza distante da attirare la supervisione, non voluta, di qualche adulto. L’alcol scorreva, i ragazzi ridevano, e nell’aria c’era odore di inibizioni spezzate.

La notte era giovane, ma già alcune coppie si erano allontanate dal tepore del fuoco per cercare un altro tipo di tepore nel boschetto intorno al campo. L’angelo guardò con malinconia gli alberi silenziosi, prendendo un altro sorso della sua birra. Una volta che il bicchiere fu vuoto, lo gettò a terra in mezzo al cimitero dei suoi fratelli. Dovrebbe essere anche lei lì, baciando delle calde labbra avvolta in calde braccia… ma no, aveva deciso di mettersi insieme a quello che aveva aspettato il momento prima della festa per tirare fuori i “dubbi riguardo alla nostra relazione”. Bastardo.

L’angelo, le sue ali ormai storte, iniziò a vagare tra quegli alberi freddi e scuri. Fanculo quel cretino… se voleva buttarla da parte, ok, ma questo non voleva dire che lei non potesse divertirsi un po’ a sua volta. Ridacchiò, sorridendo per la prima volta quella sera. Ma sì, perché non divertirsi un poco… fare uno scherzetto, e prendere il suo dolcetto. Rise, il rossore causato dall’alcol e dall’eccitazione evidente sulle sue guance. Aveva intravisto uno dei ragazzi del suo gruppo di studio girare da queste parti… se riusciva a trovarlo, avrebbe potuto… conoscerlo meglio.

Camminava nell’oscurità, e gli unici segni di vita che riusciva a percepire non erano altro che una risatina, un sospiro, lo scintillio di un braccialetto luminoso. Inciampò in una radice e per non cadere dovette aggrapparsi ad un tronco ricoperto di melma. Tolse la mano immediatamente, cercando di scrollarsi di dosso quella sostanza disgustosa che le bruciava il polso. Diede un’occhiata al palmo solo per vedere una gelatina ruvida e fibrosa che lo ricopriva. Il dolore si stava facendo più forte, e vide che il tronco era corroso in maniera innaturale.

L’angelo ebbe un brivido, improvvisamente sobria e consapevole che nessuno sapeva dove si trovava. Non era certa che qualcuno potesse sentirla chiamare aiuto. Si strofinò la mano sulla gonna, non notando la macchia nera e rossa che lasciava, guardandosi intorno mentre in una parte nascosta, primordiale del suo cervello suonavano campanelli d’allarme. Iniziò a camminare, velocemente, cercando il bagliore del falò e tentando di soffocare il panico irrazionale.

Un ramo si spezzò dietro di lei.

Si bloccò, una sagoma bianca nella notte, la sua mano che sanguinava da una ferita corrosa che avrebbe inorridito solo a guardare. Non si azzardava a voltarsi, ma allo stesso tempo era terrorizzata all’idea che, scappando, qualcosa la avrebbe seguita, afferrata. Passarono momenti vuoti, finché l’angelo decise di correre via nello stesso momento in cui una mano sottile e ossuta penetrò nel suo costume e nei muscoli della sua schiena, come un bambino dispettoso che affonda le mani in una torta.

Lei urlò, o perlomeno ci provò, la sua voce ridotta a un sussulto dal dolore tremendo, gli arti improvvisamente bloccati e inerti, i nervi insensibili se non al dolore. Sentì delle dita toccare le sue costole dall’interno, corrodendole, mentre il suo corpo veniva girato piano verso l’assalitore. La luce del falò, così distante, sembrò in quel momento sbiadita e scura, ma forte e invitante. Due occhi neri e lattiginosi la guardarono da una testa sproporzionata, galleggiando sopra un ghigno gelido composto da denti sottili e spaccati.

L’angelo, immobilizzato, gorgogliò e annaspò, sentendo il suo corpo venire corrotto da qualcosa di oleoso e corrosivo. Cercava di ignorare una strana sensazione di caduta nel vuoto, mentre la terra sotto di sè diventava morbida e inghiottiva le due figure, centimetro dopo centimetro. Nonostante l’orrore di quella faccia, la piccola parte ancora sana di lei si sentiva in qualche modo sollevata, poiché sapeva che il suo dolore sarebbe finito presto. Non si accorse dell’altra mano scura che si sollevava mentre la terra inghiottiva i loro fianchi.

Il nuovo tocco rese l’angelo consapevole di una rinnovata paura, il suo sguardo bloccato su quegli occhi marci. Riconobbe il luccichio dietro di essi e iniziò a urlare inorridita, mentre la sagoma iniziava a strapparle avidamente i vestiti e la pelle di dosso.

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Jason correva, i polmoni in fiamme, cercando di chiamare aiuto tra un respiro e l’altro. Il suo costume da Batman gli sembrava più ridicolo che mai ora, mentre correva tra i lampioni con una macchia calda di urina nei pantaloni. Dove erano finiti tutti? Era stato stupido, fare i gradassi coraggiosi e rimanere da soli… adesso era solo per davvero, i suoi amici probabilmente erano stati mangiati.

Non poteva saperlo per certo, ma sembrava un’ipotesi sensata: l’uomo nero era saltato fuori da dietro un albero e aveva iniziato a buttare i ragazzi contro un muro, che improvvisamente sembrava diventato morbido e li inghiottiva. Non era stato in grado di far niente se non guardare come quelle mani ossute afferravano i suoi due migliori amici e… li scagliavano via, come bambole, lasciando loro appena il tempo di urlare prima di venire inglobati nel muro, nero e melmoso. L’uomo nero aveva afferrato David dalle cavità oculari, così come si afferra una palla da bowling per lanciarla, e…

Jason vomitò sul suo stesso costume. La massa di cioccolato digerito a metà sembrava disgustosamente simile alla melma che l’uomo nero si lasciava dietro. Si fermò, cadendo sulle ginocchia, tossendo e sputando, cercando di mandare un grido d’aiuto che fosse sentito da qualcuno. Sentì il rumore di passi dietro di sè quando ormai gli erano adiacenti.

Guardò verso l’alto, pronto a supplicare l’aiuto di qualsiasi adulto fosse di passaggio. E vide le gambe. Nere, sottili, i piedi raggrinziti per l’età crepavano e rammollivano  il cemento sotto di essi. Guardò più su, tremando. I fianchi raggrinziti, il petto appiccicoso e morbido che non si alzava né si abbassava… e finalmente la testa da incubo, come una zucca marcescente, oleosa e nera come un secchio di catrame. Gli occhi erano incollati a quelli del ragazzo, lucidi e uniformi nell’oscurità. Gli spazi tra i denti lasciavano intravedere all’interno della bocca qualcosa di viscido e nero che si muoveva.

Jason indietreggiò, non riuscendo a respirare e tantomeno a urlare. Guardò l’uomo nero mentre gli mostrava qualcosa sul suo palmo marcescente. Sembrava una caramella, ma Jason scorse un riflesso metallico. L’uomo nero lo prese tra due dita e se lo portò alla bocca, ancora pulito nonostante il viscidume che impregnava il vecchio.

Lo riconobbe. Era l’incisivo del suo amico Anthony, ancora attaccato alla piastrina del suo apparecchio.

L’uomo nero lo tenne tra i denti per qualche secondo, e poi… la sua bocca si chiuse, il dente gemette e poi si frnatumò come un leccalecca sotto un martello. Lo masticò due volte e poi si fermò, continuando a fissare il ragazzo. Sembrava andare avanti all’infinito, e Jason non era sicuro di essere ancora capace di respirare. Questa era la fine, ecco cosa succede quando non ascolti i grandi, quando te ne vai in giro da solo: l’uomo nero arriva e ti porta via. Per sempre.

Ma non successe. Il vecchio si girò, si mosse per fare un passo… e cadde in avanti, lentamente come se stesse inciampando sui suoi stessi piedi. Il mostro quasi si schiantò a terra, ma… ci passò attraverso, si dissolse come se fosse fatto d’aria. Tutto quello che rimaneva di lui erano una macchia scura sull’asfalto e la piccola piastrina di metallo dell’apparecchio di Anthony.

Quando lo trovarono, ore dopo, la aveva stretta talmente forte che gli si era quasi incarnita.


Continua…

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A proposito dell'autore

L'autore si diletta in risate malvagie e nella costruzione di robot a partire da giocattoli e caramelle, con lo scopo di conquistare la città e indossare un lungo mantello nero con un nome minaccioso.

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