Able si diresse verso la torreggiante mostruosità con noncuranza, disinvolto, persino con spavalderia. Ghignò. Un’enorme spadone a due mani era appeso attorno alla sua spalla, le camme e gli ingranaggi ronzanti che ricoprivano la sua superficie si stavano facendo da parte con gran clangore mentre la miriade di piccole lame che costituivano il suo profilo irregolare si spostavano lentamente intorno al filo, facendo le fusa come un gatto. La bestia di fronte a lui era come un monolite sullo sfondo brullo, un monumento alla distruzione. L’odio e la rabbia che irradiava erano palpabili, paragonabili persino alla sete di sangue di Able.

SCP-076, nome in codice “Able”.

Se ne stava lì, semplicemente. Una massa di carne e di pesante carapace, gli occhi piccoli e neri intagliati sull’immenso cranio come buchi verso l’abisso, che fissavano il mondo con odio da sopra le grosse zanne digrignate, bagnate di bava densa. Mentre le si avvicinava, la bestia stava cambiando continuamente: i tessuti si deformavano, l’armatura fatta di placche si ispessiva, lembi di muscoli e tendini e ossa correvano l’uno sull’altro incessantemente, tutto stava modificandosi per sostenere l’assalto di questo nuovo avversario.

In verità, essa era un primigenio dell’annichilimento, un essere che incarnava il concetto stesso di distruzione assoluta. Able non stava più nella pelle. Dopo tutto questo tempo, dopo aver atteso per secoli, finalmente avrebbe affrontato qualcosa che potesse superarlo in violenza. Forse.

 Avanzò fino a che non fu a qualche passo dal colossale ammasso e, dopo essersi preso un momento per assaporare la meravigliosa eccitazione e l’anticipazione che sentiva, parlò.

“Ho sentito leggende in proposito a creature come te. Bestie gloriose di carne e scaglie, di zanne e artigli, con capacità battagliere persino più grandi della mente sterminata che si nasconde dietro quegli occhi ferini. Dicevano che la tua razza un tempo governava il mondo da enormi cumuli di tesori, uccidendo e divorando tutto quello che vi offendeva. Dicevano anche che alla fine, uno per uno, siete stati detronizzati dai grandi guerrieri che oggi non calcano più questa terra, finché nessuno di voi rimase, e diventaste solo un mito” sussurrò, senza fiato.

“Persino io pensavo che foste solo delle storielle, ma ora sei qui di fronte a me. Un vero Drago…

“Se ne stava lì, immobile, un monumento in onore della distruzione…”

Un brontolìo rimbombò dalla bestia, e le sue fauci iniziarono a muoversi, aprendosi lentamente, come una statua che ritorni improvvisamente alla vita.

“Patetico…” borbottò, la sua voce spessa e pesante, mille volte il suono di una montagna che crolla su sè stessa “un Drago? Tu, piccolo mucchietto di marciume. Tu non capisci nulla, come ci si aspetterebbe da un bravo cagnolino”.

Con questo, l’espressione di Able si fece scura, e il suono della spada sulla sua spalla iniziò a farsi sentire più forte, mentre le lame e i meccanismi iniziavano a girare a velocità folle.

“…Come?” rispose lentamente, la sua voce bassa piena di rabbia mal celata.

“È questo che sei, no? Un mastino addestrato, legato con collare e catena e tutto il resto” mormorò, indicando la spessa gorgiera di metallo intorno al suo collo e alle spalle.

“Ho scelto di essere questo” rispose secco, il suo viso distorto in un’espressione arcigna.

“A prescindere dal fatto che tu lo abbia scelto o no, sei comunque un cane di quei cosi. L’unica differenza è che tu mangi dalle loro mani, invece che da una ciotola” sogghignò, la sua espressione quasi visibile nonostante la faccia disumana.

Il viso di Able si contorse con un tremito mentre stringeva le mani sull’impugnatura della sua arma, le lame rotanti che gemevano per la velocità.

“Almeno… IO SCELGO IL MIO DESTINO!” ruggì, abbattendo lo spadone sulla testa della bestia come la rabbia onnipotente di qualche Dio osceno.

Ma…

La creatura reagì in una maniera che Able non aveva mai visto in millenni di combattimenti.

La testa assorbì il colpo. La cima del cranio e il carapace che la proteggeva esplosero in grossi frammenti, gli occhi si gonfiarono mentre l’interno della testa veniva polverizzato. Uno esplose con uno schiocco, e torrenti di un fluido denso e viscoso colarono dalla sua bocca, pezzi di carne e tessuto si riversavano fuori come una fontana di sangue e viscere.

A causa della forza del colpo, Able perse l’equilibrio, abbassando la guardia e lasciando il petto indifeso. In quella frazione di secondo, la sua vista si riempì con la colossale zampa del mostro, una massa ossuta delle dimensioni di un grosso masso, che sì abbattè sul suo torso con la forza di un uragano e facendogli perdere la presa sulla spada. Venne catapultato come una bambola di stracci più di dieci metri indietro, distruggendo ogni ostacolo sulla sua traiettoria. Il suo corpo scivolò infine sul suolo, strappando i vestiti e la carne sulla sua schiena, finchè si fermò improvvisamente contro una grossa roccia, spaccandone un pezzo.

Stette lì incredulo e fiacco, rivoli di sangue colavano dal naso, dagli occhi, dalla bocca e dalle orecchie, la sua faccia scolpita in un’espressione di sorpresa.

E allora rise. Rise forte e a lungo, sorridendo con i suoi denti appuntiti e insanguinati, come se avesse appena consumato un macabro pasto.

Parlò forte in una lingua morta da ere, ma il significato delle parole non lasciava dubbi. Stava lanciando una sfida.

Con sua sorpresa, tuttavia, il lucertolone sembrava avere una qualche crisi. Aspirava avidamente aria attraverso le narici, gonfiandosi fino a diventare più grosso di com’era all’inizio, e divorava il suolo intriso delle sue stesse viscere mentre i suoi grossi artigli affondavano nella terra e ne portavano grosse zolle alla bocca irta di zanne.

E allora successe qualcosa di incredibile. La ferita, che faceva sembrare la testa della creatura un pomodoro marcio, iniziò a scomparire mentre il cranio ritornava alla sua forma originaria, le scaglie spaccate si sollevavano e cadevano a terra solo per essere consumate assieme alla terra, rivelando un nuovo carapace persino più spesso del vecchio.

“Destino? Cosa pretendi di sapere tu del Destino? Il Destino è la vita, e tu… tu e tutto questo, siete solo roba morta” tuonò la bestia, iniziando la sua carica.

A questo, Able rise in modo calmo, sommesso.

“Su di questo, non c’è dubbio direi” rispose sardonico, estraendo un’enorme mazza dalle ombre tra le pieghe del suo mantello strappato. Il manico era lungo più di due metri, la testa una massa indistinta e vorticante di punte, borchie e rostri, gemendo come spettri nella loro complessa danza di morte.

La bestia caricava con velocità e forza, i suoi passi scuotevano la terra e lasciavano nuvole di terra e polvere nel suo cammino. Era il rumore della forza e dell’inevitabilità di una valanga.

Able si alzò e si mise in guardia di traverso, spostando le braccia all’indietro e affondando i piedi nel suolo. Guardava in faccia la rovina incarnata e incombente, roteando la sua arma con movenze esperte.

 

Continua…

 

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A proposito dell'autore

L'autore si diletta in risate malvagie e nella costruzione di robot a partire da giocattoli e caramelle, con lo scopo di conquistare la città e indossare un lungo mantello nero con un nome minaccioso.

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