Il sergente Mansell guardò nella stanza per l’ultima volta, gli occhi rossi per la polvere e le lacrime che ora gli rigavano le guance. I suoi vestiti erano impregnati di sangue e di puzzo di vomito e marcio. Sentì il ticchettare e il ronzare della macchina mentre i suoi perni, le cremagliere e gli ingranaggi iniziavano a spostarsi gli uni sugli altri andando in posizione. Sapeva di aver appena creato un mostro.

Uscì. Si sentiva stranamente fuori posto tutto il corpo. Cercando di ignorare il ticchettìo insistente mentre camminava, lasciò la stanza per riunirsi alla sua unità e seppellire i morti.

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Gli esperimenti avevano dato risultati incoraggianti.

Il dottor Sankt era soddisfatto. Molto, molto soddisfatto. Fin da quando gli avevano portato il primo esemplare, urlante e martoriato, si era immerso nel suo lavoro. Il plotone che aveva trovato per primo le rovine aveva continuato a cercare inutilmente un altro degli artefatti perduti del Fuhrer. Nonostante la lancia di Longino e il sudario del Cristo, il piccolo pazzo non era ancora soddisfatto e continuava a mandare squadra dopo squadra nei deserti africani, sempre più a fondo, alla ricerca di qualcosa. Una volta, Sankt considerava queste nulla più che futili farneticazioni di un uomo arrogante.

Ma questo era prima. Prima che l’uomo ad orologeria fosse portato da lui, quella creatura di carne straziata. In origine ne esistevano una coppia, ma l’altro era stato irrimediabilmente danneggiato dalla spietata sabbia del deserto.

“Quando iniziò a studiarlo, gli ingranaggi e il metallo avevano già iniziato a straziarne la carne.”

Iniziò subito a rimuovere ciò che restava della carne dell’uomo con una cura maniacale, probabilmente nemmeno necessaria, tagliando e riponendo ogni brandello in un contenitore sterile. Sankt continuò a lavorare anche dopo che le urla si furono trasformate in ronzii e ticchettii atonali, finché finalmente, liberate dalla loro prigione sanguinolenta, le ossa d’acciaio e i muscoli fatti di molle e contrappesi si mossero senza ostacoli.

Era in grado di compiere solo compiti elementari. Sankt sapeva che ancora un po’ e sarebbe stato praticamente inutile, meno capace dell’uomo che era una volta. Per cui lo mise fuori della sua porta, gli mise in mano un fucile e gli comandò di pattugliare il corridoio, lasciandogli fingere di essere ancora un soldato. Se non altro, lo faceva sentire un po’ più sicuro.

Poi Sankt esaminò con calma i resti di carne che ostacolavano i meccanismi e capì il suo errore. Le masse di cartilagine e i lembi di pelle erano metallici, alcuni di essi allungati e straziati nel disperato tentativo di seguire i movimenti degli ingranaggi.

– Ma certo! – pensò Sankt – che errore stupido da parte mia. Bisogna rimediare!

Contattò i suoi superiori e spiegò loro di che cosa aveva bisogno. Necessitava di molto spazio e di molti soggetti per gli esperimenti, patrioti pronti a servire il proprio Reich. Il suo vecchio amico, il Dr. Rascher, era impegnato con i suoi esperimenti ma una volta capito cosa Sankt aveva scoperto, urlò di gioia.

– Finalmente! Finalmente avremo le nostre risposte!

Erano risposte che Sankt era molto orgoglioso di poter fornire.

“I fallimenti erano all’ordine del giorno, ma i pochi successi davano speranza a Sankt.”

I primi test furono dei fallimenti. Sankt sapeva che lo sarebbero stati, per cui utilizzò subito i suoi soggetti più sacrificabili: i malati di mente. Furono vivisezionati, studiati, e poi bruciati nelle fornaci. Non che il loro destino sarebbe stato migliore: era la fine che faceva chi era imperfetto, chi non apparteneva alla Razza. E così scartare un soggetto dopo averlo tagliato, smontato e rimontato non lo impensieriva.
Quando pensò di essere arrivato ad un buon livello di conoscenza, iniziò ad utilizzare la categoria successiva: gli zingari. Da alcuni di essi rimuoveva un fegato meccanico, da altri uno organico. Li confrontava su un tavolo per ore, li studiava mentre i loro proprietari morivano – gli uni grondando olio, gli altri sangue. Quando finalmente capì che cosa li accomunava, iniziò i trapianti, da carne a metallo e viceversa. I fallimenti erano all’ordine del giorno, ma i rari successi gli davano speranza. Sapeva che presto sarebbe arrivato a qualcosa di importante.

 

Continua…

A proposito dell'autore

L'autore si diletta in risate malvagie e nella costruzione di robot a partire da giocattoli e caramelle, con lo scopo di conquistare la città e indossare un lungo mantello nero con un nome minaccioso.

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